Uscire dal “combatti o fuggi” e tornare a scegliere
Oggi siamo velocissimi a colmare i vuoti.
Un dubbio? Lo cerchiamo online. Un’emozione scomoda? La annacquiamo con quell’acquisto d’impulso.
Sul lavoro succede qualcosa di simile: quando un ruolo comincia a starci stretto, quando le relazioni si incrinano, quando quello che facciamo perde senso, la soluzione più accessibile sembra una sola: cambiare.
E a volte è la scelta giusta.
Altre volte però è solo il sistema nervoso in modalità combatti o fuggi che ci spinge a mollare tutto e andarcene, pur di provare un po’ di sollievo.
Così cambi lavoro, riprendi fiato e dopo un po’ ti ritrovi nello stesso copione, con più stanchezza e meno fiducia.
In questo caso studio ti racconto come Federica è uscita da quella modalità e ha ricominciato a scegliere.
La sfida di Federica
Quando Federica è arrivata da me voleva un cambiamento, ma non aveva una direzione. Aveva però una cosa chiarissima: non voleva più che il lavoro la inglobasse, che risucchiasse ogni momento, che determinasse come si sentiva.
Ero confusa. Piena di paure e senza alcuna strategia per affrontare i miei problemi. Sapevo che volevo un cambiamento ma non sapevo in quale direzione.
Il punto non era trovare un lavoro migliore sulla carta.
Il punto era adottare una postura interna diversa: non più di reazione e automatismi, ma di scelta, intenzionalità.
Come abbiamo lavorato
Federica era bravissima a capire cosa non voleva più.
Più difficile era mettere a fuoco cosa volesse costruire, e soprattutto con quali criteri. E quando perdi di vista ciò che conta, scegli per un sollievo immediato. Non per aderenza.
Per questo le ho proposto un percorso in cui:
Non quando ha iniziato a lavorare anni fa.
Non per le sue persone di riferimento.
Non secondo le aspettative esterne.
Per lei, oggi.
Tradurre i valori in comportamenti, in azioni concrete perché finché restano parole, il lunedì mattina vince la frustrazione.
Abbiamo costruito un ponte tra ciò che conta e come agisce: decisioni, confini, priorità, ritmo. Un ponte da un presente disallineato a uno più aderente.
Rendere visibile ciò che di unico ha da offrire, ciò che di unico mette in campo ogni volta che entra in una stanza, ogni volta che stringe una mano, ogni volta che lavora a un progetto, ma di cui non era consapevole.
Ciò che non può non essere: ovvero la sua essenza profonda.
Lo abbiamo reso visibile e anche qui abbiamo creato un ponte tra questa sua unicità e l’impatto che può avere metterla al servizio del mondo, attraverso lo Scopo, il suo Perché.
Progettare diversi scenari professionali e testarli nella realtà per scoprire il tipo di vita che ciascuno di essi avrebbe comportato.
Perché spesso la paralisi nasce dall’idea che esista un’unica strada giusta. Ma giusta per chi, poi?
Nel frattempo abbiamo lavorato anche su ciò che la teneva intrappolata: convinzioni radicate legate al dover essere sempre sul pezzo, veloce, eccellente, al dover avere semper tutto sotto controllo e al perfezionismo.
Un metodo integrato
Design Thinking applicato all’esplorazione, valutazione e prototipazione delle alternative professionali partendo esattamente da dove sei. Non da dove vorresti essere. Non da dove gli altri sperano che tu sia. Non da dove credi di dover essere. Proprio da dove sei.
mBraining, ovvero l’integrazione delle intelligenze multiple encefalica, cardiaca ed enterica, perché valori e scopo non vanno solo conosciuti: vanno sentiti, integrati, incarnati, vissuti ogni giorno.
Immunità al Cambiamento (Kegan & Lahey) per portare alla luce i freni invisibili che promettono protezione ma diventano gabbie, e costruire cambiamenti sostenibili.
Risultati e impatto generato

Valori incarnati, non dichiarati:
criteri saldi per decidere in modo allineato a sé e abitare i diversi ruoli con più pienezza, senza farsi trascinare dall’urgenza del momento.

Direzione professionale chiara (a breve e lungo termine):
alternative prima confuse diventate scenari concreti, messi alla prova nella realtà. Da lì, un piano d’azione realistico per concretizzarle.

Meno perfezionismo, più progresso: sciolte convinzioni radicate che legavano a doppio filo l’eccellenza e la responsività sul lavoro al suo valore come persona.
Questo percorso di coaching mi ha aiutato molto, donandomi quella che definirei una ‘cassetta degli attrezzi’ per affrontare i momenti più difficili, dandomi la forza di credere in me e nelle mie capacità.
Grazie a un percorso di questo tipo, ho riscoperto i miei valori e ciò che è importante per me. Nel fuggi fuggi giornaliero me li ero dimenticata.
Oggi le mie decisioni hanno una bussola che punta al meglio per me e questo mi fa sentire molto più allineata e sicura.
L’ultima sessione: la realizzazione che chiude il cerchio
Nell’ultima sessione Federica ha nominato qualcosa che, fino a lì, era stato presente in filigrana in ogni passaggio. Lo ha detto con una calma diversa, quella che arriva quando non stai più cercando una risposta “giusta”, ma stai riconoscendo una verità.
Il suo scopo è dare voce a chi non ce l’ha.
A volte significa raccontare e fotografare le storie di chi è ai margini.
Altre volte significa aiutare aziende e progetti a farsi conoscere, attraverso il suo lavoro nella comunicazione.
Ma prima di tutto, è darsi voce.